Il Ponte e il suo vuoto ingombrante

 

Dal 14 agosto alla radio tutti i gr nominano almeno una volta il ponte Morandi. Mio figlio non capisce, ci ha visti e ci vede sotto shock, tristi, spaventati, devastati e preoccupati, e ancora ne sente parlare, perché  tutti qui parliamo del “ponte” come fosse una timeline che segna un prima e un dopo. Una volta al giorno a casa salta la luce per cali di tensione dovuti alla riorganizzazione dei tralicci e delle centraline, l’ascensore va in blocco, per strada ci sono code di macchine rassegnate e composte che cercano una via che supplisca alla mancanza. Il “Ponte”, Lui, prima era solo un viadotto autostradale, ora è diventato un’entità, buffo che abbia acquisito una maiuscola proprio nel momento in cui è diventato assenza e frattura. Insomma, all’ennesima notizia sul Ponte, mio figlio mette le mani nei capelli e dice “E basta con questo ponte! Parlano sempre del ponte!!”. Allora gli spiego perché per Genova e per tutti noi è così importante, cercando di fargli comprendere come mai tutti parlino sempre del Ponte, del prima del Ponte, del sotto il Ponte, del sopra, del perché, del quando. Ma non capisce. E così “mamma, per capire”, parole sue, mi chiede di portarlo a vedere. Voleva vedere il Ponte insieme a me, voleva dare concretezza all’entità, e siamo andati in moto, lui il mio koala, stretto a me, io attentissima che per lo shock non mi cadesse via, e nel parcheggio dell’Ikea che è proprio lì sotto, siamo rimasti insieme senza fiato, perché prima, quando c’era, non si notava quasi, era lì, come le case, come le strade, come le nuvole. Ma ora che è fratturato, spezzato, ferito, contorto, pare davvero la scenografia di un film distopico. Ed è lì che gli occhi sbarrati di mio figlio hanno capito. È rimasto in silenzio, ha guardato la sua altezza troncata, ha valutato il vuoto. E poi ha detto quello che dice un cuore semplice, e che un po’ abbiamo pensato tutti: “povero il nostro ponticello”. Io tra il lucido dei miei occhi guardavo lui e poi Lui, cioè il Ponte. Ho visualizzato ogni suo metro percorso avanti e indietro nella mia e poi nostra vita, con i brividi, guardando quei tronconi altissimi, e ho pensato che mai percorrendolo avevo avuto la sensazione di essere così in alto, e mai quella di essere in pericolo. Mi fidavo di Lui. E invece…

Infine ho realizzato il silenzio. Tutto era silenzio, assenza. Quel brusio forte e costante del traffico di lassù, delle strade operose di tutta la vallata, i camion, le macchine edili, i tir, tutti erano muti. Così tanto in silenzio che anche noi guardando il Ponte in quel piazzale parlavamo a bassa voce. Timidamente ho fatto qualche foto, cercando di essere più rispettosa possibile, come a un funerale di stato, e poi siamo tornati a casa, io e il mio koala. “Adesso ho capito” mi ha detto, serio come un uomo.

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