Il “mio” agosto e il Ponte Morandi

 

Quando ero piccola “estate” voleva dire vacanze in roulotte e compleanno, libertà, notti stellate, odore di aghi di pino e cicale nel silenzio del dopo pranzo, rumore di ciabatte sulla ghiaia, vestiti senza maniche, capelli schiariti e profumo di Nivea sulla pelle. Aspettavo il mese di agosto con impazienza, trepidante per quella giornata in cui tutti ti festeggiano e coccolano, in cui arrivano i regali, in cui si può non apparecchiare e sparecchiare, il giorno in cui avevo il permesso di saltare il turno di tinozza coi piatti sporchi ai lavatoi del campeggio, lasciandolo per una volta esclusivamente a mia sorella. Nel 1980 andammo al Lago Maggiore senza mia mamma, che era andata a fare un corso di aggiornamento in Germania Est. Ci si sentiva per telefono al numero del campeggio, quando ancora si veniva chiamati con gli altoparlanti. Quel giorno venimmo per l’appunto chiamati, e mio padre, non appena pose l’orecchio sulla cornetta, sbiancò. Era mia mamma, era in lacrime, voleva sapere se stavamo tutti bene e trovare un po’ di conforto nell’abbraccio con la famiglia, anche se solo telefonico. Nella vita spensierata del campeggio, in tempi in cui le notizie ci mettevano anche mezza giornata ad arrivare, ancora non sapevamo niente, e mai dimenticherò il volto impietrito di papà, il senso di paura per qualcosa che sapevo essere enorme e terrificante, perché non c’è cosa più paurosa per un bambino che vedere i propri genitori con la rigida smorfia della paura, non c’è cosa che faccia più piangere che vedere mamma e papà in lacrime. Era il 2 agosto, erano morte 85 persone alla stazione di Bologna, e in quel momento, piccola umana sensibile, mi vergognai del “mio” mese, quel mese di agosto che sempre aspettavo e che invece era stato macchiato da tanto sgomento, portandomi via tutta la voglia di festeggiare e facendomi piangere di nascosto di notte inzuppando il cuscino del letto a castello della roulotte.

Ecco, quest’anno è successo di nuovo. Ho 45 anni, ovviamente non aspetto più con così tanta impazienza il mese del mio compleanno, ma agosto mi piace, è ancora il mese della spensieratezza, della pelle abbronzata, dei vestiti colorati, delle bracciate fino alla boa, della pallavolo all’aperto e delle serate in terrazza con gli amici. Ma quest’anno a Genova abbiamo subito un ground zero, il Ponte Morandi non c’è più, ha lasciato un vuoto fisico, emotivo e personale, una ferita sanguinante che non smette di pulsare, ognuno di noi ha amici che piangono i loro morti, o che erano con i figli in autostrada 100 m prima di quel baratro, che hanno fatto marcia indietro nella galleria prima del ponte, e che ora di notte sono assaliti con prepotenza da pensieri sulla velocità della macchina e le coincidenze temporali delle partenze. Abbiamo conoscenti che sono passati lì sopra cinque minuti prima e altri che abitavano sotto i piloni e che abbiamo visto in tv con i trasportini del gatto e i pompieri, in una triste e ordinata sfilata da sfollati. Ognuno di noi ha una sensazione di miracolo addosso e un vago senso di colpa del sopravvissuto, tutti attraversiamo con cautela i vecchi viadotti e i ponti in calcestruzzo italiani o facciamo chilometri in più per non doverlo fare, tutti pensiamo alla sensazione di vuoto sotto la macchina, il salto, le lamiere, le macerie, il silenzio  senza neanche un lamento, la paura, il dolore della rassegnazione. Quindi questo agosto 2018 non ho molto da festeggiare, mi sono presa gli abbracci, ho risposto ai sorrisi con un piccolo vergognoso senso di rivalsa sul Fato baro e malvagio e ho ringraziato tutti di cuore per gli auguri. Ma purtroppo anche questo agosto è andato, e se fossi ancora quella bimba di sette anni sul Lago Maggiore mi vergognerei di nuovo del “mio” mese, con le lacrime agli occhi e il rumore della disperazione nelle orecchie, in un time-lapse di momenti, come quell’istante in cui l’ho saputo, e solo dopo qualche secondo muto ho realizzato il dramma.

Ecco, quei secondi muti, gli ultimi prima della consapevolezza, non li dimenticherò mai.

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