Due anni senza di te

 

 

Ma poi  davvero è senza di te?
Sei stato un pilastro così portante per questa città e per tutti noi che è difficile pensarti assente, ogni pietra racconta la tua voce, ogni volto di ultimo ha un velo della tua espressione degli occhi, il tuo sigaro, il tuo cappello, il tuo sorriso sornione.
Avevo 16 anni quando ti conobbi, vidi un prete in manifestazione scagliarsi contro l’istituzione di turno urlandogli, quasi fronte contro fronte, che prima di essere democristiani bisognava sentirsi cristiani. Era il 1990, rimasi innamorata a prima vista. Un colpo di fulmine.
Lavorammo un po’ assieme, io ai tempi ero già Arci, la tua comunità era ciò che io pensavo dovesse essere una comunità. Muccioli e Le Patriarche imperavano con i loro discutibili metodi, tu insegnavi agli ex-tossici a ricollocarsi nella vita quotidiana, la vita del “fuori”, quella stessa vita di merda che li aveva portati a farsi. Solo così avrebbero davvero smesso con l’eroina, anche usciti dalla “protezione” di San Benedetto.
Venni a trovarti spesso, lì in comunità, si organizzavano eventi, feste, incontri, dibattiti.
Un giorno il Secolo XIX mi fece una foto ad una vostra festa della vendemmia, e la pubblicò per anni in allegato ad articoli sulla tua comunità. Fu per questo che qualcuno, anche insospettabile all’università e fuori, mi chiese aiuto per disintossicarsi. Li ho sempre accompagnati a quella tua porticina, non potevo fare altro, ero troppo giovane per prendermene carico. Ma potevo indicargli la strada. E sapevo che era quella giusta.
Manchi tanto, a tutti, a me.
Una vita. Mi hai illuminata per tutta una vita.
L’ultima volta che ti vidi eri un vecchio prete magro e un po’ troppo curvo, ti invitammo al Circolo 30 giugno per un incontro con Hebe de Bonafini. C’erano Giuliano, Haidi, Elena, c’era tanta gente ed ero emozionatissima, perchè dovevo dirigere il mio coro nel canto di 4 o 5 pezzi della Resistenza.
Tu hai ascoltato ogni nota e ogni parola in religioso silenzio. E alla fine di ogni pezzo ti sei alzato e sei venuto ad abbracciarmi. Ti ho persino dovuto intimare di smetterla e tornare al tuo posto, cazzo don, con le tue interruzioni perdevo la concentrazione per ricominciare a dirigere.
Ecco don Andrea, quei quattro o cinque abbracci dei tuoi, sentiti, profondi, commossi e resistenti, non li scorderò mai e li racconterò per sempre a chi vorrà ascoltarli, perchè quella sera, nonostante la tua fine fosse molto vicina e il tuo corpo ne mostrasse le avvisaglie, facesti un discorso pieno di passione sulla memoria e sulla lotta, con la voce forte, il sorriso spiritoso e la battuta pronta, come eri tu, che mescolando come un baro le carte delle tue qualità riuscivi a rompere le barriere della differenza arrivare al cuore di tutti: ultimi, primi e mediani.
Ogni giorno passo davanti alla tua casa, ogni giorno manchi un po’ di più.
Rimasi tre ore nella camera ardente davanti al tuo corpo. Eri così piccolo.. Mi dicevo che non potevi essere tu, perchè eri così passionale in tutto quello che facevi, così pieno di vita, caloroso.
E invece quel cadavere era così pallido, freddo, silenzioso, morto.
Mi ci sono volute tre ore per cominciare ad accettare che la città perdeva il suo principe condottiero e io, atea, il mio prete.
Ma chissà poi se davvero lo ho accettato.

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