Genova stuprata

 

Questo scritto è uscito fuori ingenuo come un conato il giorno dopo la riapertura della zona rossa, a seguito di una delle tante notti insonni. Era un diario di tutti quei giorni, qui riporto solo gli ultimi, terrificanti.

 

Venerdì 20 luglio 2001

Mi sveglio abbastanza stravolta e spossata a causa della lunga marcia di ieri. Mi sembra di aver vissuto un bellissimo film, una meravigliosa festa che ancora mi risuona nelle orecchie.
 Mangio qualcosa ed esco, portando la vespa in una strada di fianco a Villa Gruber e recandomi in Piazza Manin a piedi.
 Arrivo in piazza e vedo tanti colori, mille bandiere e vessilli, Arci Ragazzi, Legambiente, Lilliput, mutande stese a fili improvvisati, palloncini, mani bianche.
 Più di una persona mi chiede se può scattarmi una foto, anzi, se può fotografare il cartello che ho al collo. Sono abbastanza fiera, ci ho messo un’ora a farlo. Sul cartello c’è scritto “Genova, 18-22 luglio 2001 …qui chi non terrorizza si ammala di terrore… (Fabrizio De André)” citazione che in questo momento è per me la frase-simbolo degli abitanti della zona rossa, tutti fuggiti, tutti evacuati.
 Dopo un po’ un amico, militante di Lilliput, dice a me e al mio compagno se vogliamo andare con loro ad occupare il varco di Portello. Lui ha partecipato per cinque mesi ai gruppi di affinità, simulando cariche, imparando a gestire il panico, impratichendosi nei movimenti utili per una difesa personale non violenta.
 Decidiamo di non andare. Non abbiamo mai partecipato ai gruppi, non siamo pronti alle cariche, scegliamo di andare con i bambini e i palloncini. Sì, proprio i bambini e i palloncini…
 Cominciamo a scendere per Via Assarotti. 
I cori sono tanti, colpisce l’esortazione a tirare fuori le mutande dalle case, e i genovesi le tirano fuori. Urli di gioia. Uno di meno per Berlusconi.
 La manifestazione scorre più che pacifica, qualcuno sostiene anche che è un po’ noiosa. Ma ecco che arrivano le prime notizie. Stanno caricando il corteo dei Cobas, sembra che li abbiano attaccati senza motivo, in Piazza Paolo da Novi c’è guerriglia. 
Il nostro corteo arriva alle gabbie di Piazza Corvetto. Una riga di poliziotti in abbigliamento antisommossa è fuori dalle grate. Perché non se ne stanno dietro? Qui non ci sono nemmeno varchi…
 Don Gallo parla con loro e ottiene che un po’ alla volta ci si avvicini alle recinzioni. C’è chi appende striscioni, c’è chi stende mutande…
 Ci andiamo anche noi, ma lo stare tra una riga di poliziotti bardati e le graticole ci mette una discreta claustrofobia, decidiamo di spostarci in Piazza Marsala, dove si stanno dirigendo i pink. 
L’atmosfera non è delle migliori, i poliziotti sono abbastanza nervosi, ci sono un paio di macchine e un paio di camionette, oltre a un camion di pompieri, all’imboccatura di Via Palestro. Ci bloccano ogni possibile via di fuga.
 Qualcuno dice loro di lasciarci un varco. Si rendono conto e lo fanno subito.
 Intanto, dalle grate, alcuni scalatori cercano di scavalcare, e a dire la verità arrivano abbastanza in alto, ma forse le reti sono davvero ben concepite, gli arrampicatori rovinano a terra. Qualcuno tira bottigliette di plastica oltre le gabbie, ma in realtà tutta la piazza è imbevuta di folklore, tipico della filosofia dei pink.
 E poi, all’improvviso, gli idranti.
 Decidiamo di muoverci velocemente su per Via Palestro. I poliziotti corrono alle macchine. Non hanno le maschere antigas, e giù dalle reti sono iniziati i lacrimogeni. Anche loro, come noi, hanno gli occhi gonfi.
 Non erano stati avvertiti. A metà di Via Palestro ci fermiamo, loro si fermano e ricominciano i lacrimogeni.
 Mi chiama mia madre. Le avevo detto di stare tranquilla, che non mi sarei trovata nel casino, che sarei andata con la manifestazione delle associazioni superpacifiche. Mi avverte della carica nel momento stesso in cui parte il primo lacrimogeno. Potere dei mass-media.
 Qualcuno distribuisce limone e acqua. Si ricomincia a salire. E loro ricominciano a seguirci.
 Per un attimo ripenso alla signora sulla sedia a rotelle che avevo notato a inizio corteo, e mi viene in mente anche la famigliola rasta con tanto di bimbo in passeggino. Spero vivamente che non siano lì in mezzo.
 Gli occhi bruciano parecchio, il gusto in bocca è orribile e ti costringe a sputare in continuazione. 
Incontro il mio professore di filosofia del liceo, che mi racconta l’assurdità di quei lacrimogeni. Mi fa tenerezza vederlo con gli occhi arrossati. Di lì a poco se ne andrà a casa.
 Con questo continuo tira e molla i poliziotti ci spingono in Circonvallazione, per un attimo pensiamo a dove scappare se vengono su anche loro, ma non è quello che gli interessa, e infatti tornano giù a difendere la deserta zona rossa.
 Decidiamo di tornare a Manin. Per strada troviamo un bar aperto. Ammiriamo tutti il coraggio del gestore e ricambiamo comprando svariate bibite. 
Incontriamo vari amici che vengono via da Manin. Sembra che da Brignole stiano arrivando i black bloks, ma per ora sono solamente voci.
 Ci affrettiamo. A Manin c’è il resto della manifestazione scappata da Via Assarotti. Purtroppo hanno caricato anche laggiù, chissà dov’è quella famigliola…
 La prima cosa che vedo arrivando a Manin è un razzo che parte in direzione dell’elicottero.
 Un razzo? Affrettiamo il passo, ora stiamo davvero correndo.
 E poi li vedo, sono arrivati.
 Sono tutti vestiti di nero, hanno mazze e passamontagna, faccio solo in tempo a vedere tutta la gente seduta, con le mani bene in vista, proprio al centro della piazza. C’è la polizia che converge proprio lì.
 E poi di nuovo il finimondo.
 Prendiamo una scalinata e corriamo verso il Castello McKenzie. Vengono su anche i neri, ma ridiscendono subito. E noi su su su, siamo quasi al Righi.
 Giù in piazza hanno lanciato tanti di quei lacrimogeni che il vento li porta fin quassù. Non sto bene, respiro un po’ male e ho un po’ di nausea. Ma continuo a correre.
 Da qui si vede il quartiere di Marassi. Colonne di fumo, qualcuno dice che hanno assaltato il carcere. Ho voglia di piangere.
 Dopo un po’ di tempo, diradati i gas urticanti dei lacrimogeni, decidiamo di scendere.
 Davanti all’entrata di Castello McKenzie vedo cinque o sei neri. Sono stravaccati in terra e un uomo dall’apparente età di cinquant’anni, vestito con un giubbottino kaki, sta mostrando a un paio di loro un’enorme cartina di Genova. Lì per lì penso solo: “Ma cosa fa un uomo di quell’età con quelle bestie?”.
 Non penso ad altro, poi ci ripenserò. Tornati a Manin mi si ghiaccia il sangue nelle vene.
 C’è una signora seduta su uno scalino con la testa rotta e due medici che la stanno ricucendo. Avrà l’età di mia madre. Potrebbe essere mia madre. Manganellata dai poliziotti.
 Ha la maglietta tutta sporca di sangue, ma mi dice “Sto bene, non è niente”.
 Non è niente. 
I black blocks sono andati a destra. Avvertiamo gli amici a Portello del pericolo che corrono se scendono da Via Caffaro. Le telefonate sono surreali: ogni volta che li chiamiamo si sentono chitarre e canzoni, we shall overcome o blowing in the wind. E qui a Manin c’è il sangue in terra.
 La polizia ha caricato i giovani con i palloncini, ha manganellato l’Arci Ragazzi, ha malmenato le mani bianche.
 Le tute nere sono scappate verso Castelletto. Osservo inorridita la polizia che semplicemente torna in Via Assarotti a difendere la zona rossa, senza inseguire gli unni.
 Basta, torniamo a casa dei miei. Si mormora che in centro ci sia guerriglia, ma qui in Circonvallazione lo spettacolo non è meno terrificante.
 Le macchine sono bruciate, i cassonetti, i bidoni per la raccolta differenziata, tutto in terra, l’odore di bruciato è peggio dei lacrimogeni.
 Il bar di prima ha chiuso in tutta fretta, in cima a Via Palestro alcuni abitanti con cui cerchiamo di comunicare hanno capito che i nemici non eravamo noi e hanno visto la polizia attaccarci senza motivo. Cerchiamo di spiegare che noi ci differenziamo dai black blocks. Una signora mi dice: “Lo so gioia, lo vedo, tu sei tutta colorata e invece loro erano così neri!”
 In Corso Magenta un tipo inglese non più giovanissimo mi chiede se può telefonare. Ha perso tutti e non sa che fare. Lo faccio chiamare, ma ci dobbiamo spostare perché una macchina in fiamme sta perdendo benzina. Un pompiere si ustiona.
 John, questo il nome del tipo, ci racconta che non appena lui e il suo gruppo sono scesi dal treno sono stati attaccati dai lacrimogeni, e sono scappati su per non so quale scalinata. Gli regalo una tessera telefonica, ci sbattiamo per indicargli il modo di recarsi all’information point di Piazzale Kennedy e lo lasciamo con un gruppetto di altri inglesi.
 Prendiamo la Vespa, ma a Ponte Caffaro eccoli di nuovo. Sono una trentina, hanno scorrazzato e stanno tuttora scorrazzando per Circonvallazione, ma anche a sforzarmi non vedo nemmeno un poliziotto. Come è possibile?
 A casa dei miei guardiamo la 24 ore sul g8. L’adrenalina subisce presto un crollo. Purtroppo è morto un ragazzo, per ora non si sa come, ma è morto negli scontri di Piazza Alimonda.
 Siamo sconvolti, decidiamo di tornare per strada. Una morte è una morte, non è giusto rintanarsi in casa.
 A Manin c’è ancora tutto il sangue per terra. Scendiamo a Sant’Agata e ci ricongiungiamo con un gruppo di reduci disperati, come noi.
 Vogliamo tutti andare a Piazzale Kennedy, bisogna parlare, discutere, capire.
 Ma lì a Sant’Agata ci sono camionette ad ogni uscita, dal sottopassaggio di Brignole, verso Piazza Martinez. Righe di lampeggianti blu e un mare di divise e autoblindo.
 Non sappiamo cosa fare, con la vespa seguiamo il corteo. La polizia ci lascia perdere.
 In Corso Torino ricomincio a piangere.
 Vedo una camionetta dei carabinieri che sta ancora bruciando dalla mattina. Corso Torino e le vie adiacenti, fino al mare, sono l’immagine della devastazione folle.
 Non riesco a capire, non voglio credere che quella sia la mia Genova.
 In Via Barabino ci sono i container. Maledetti, hanno ampliato la zona rossa a tradimento nella notte, all’insaputa degli stessi abitanti, in modo da impedire l’avvicinamento alla cittadella medievale dei grandi otto.
 Vedo i container chiudere la strada davanti alla casa in cui ieri ci mostravano la foto del che dal poggiolo. Chissà che piacere…
 In Piazza Rossetti sta ancora bruciando un palazzo, incurante degli spazzini che già cercano di mettere un po’ di ordine in quelle strade sfigurate.
In Piazzale Kennedy c’è assemblea permanente, si decide per domani di fare ugualmente il corteo. Siamo tutti fiduciosi, domani sarà di certo diverso, saremo una moltitudine, non può succedere niente.
 Voci di piazza assicurano che c’è una ragazza in coma, ma non si sa chi è.
 Ricevo telefonate da amici di altre città. “Che succede? Tutto bene?”. No, è un macello, un senso di vuoto che mi stritola lo stomaco. Il ragazzo che è morto aveva solo vent’anni. Gli hanno sparato in testa.
 ”Stai attenta” mi dicono gli amici.
 Torniamo a casa, indecisi se affrontare la zona rossa oppure no.
 Alla fine decidiamo che non li possiamo far vincere su tutto, quella è casa nostra, ci vogliamo tornare.
 Speriamo bene, al varco sono un po’ nervosi, ho le scarpe antinfortunistiche, il metal detector suona, ma non ci fanno troppe storie. 
La solita telefonata incrociata per il mio pass rosa.
 Mi fa male la gola, ho respirato lacrimogeni per tutto il giorno, le tonsille sono molto gonfie.
 Mi addormento in un sonno di piombo. Sognando di scappare, scappare, scappare…

Sabato 21 luglio 2001

Dopo una notte di grande agitazione a causa delle violenze del giorno precedente, mi sveglio con la schiena e le gambe rotte. La tensione di ieri mi ha provocato accumuli tossici di acido lattico, e l’inattesa corsa su per il Righi ha fatto il resto.
 L’apprensione per la giornata di oggi c’è, ma cerco di non pensare al peggio per non dover violentare ulteriormente il mio carattere tendenzialmente ottimista. 
A riprova di ciò decido di mettere le lenti a contatto, cosa sconsigliatissima da tutti i “compagni” di Lilliput, a causa delle conseguenze alla cornea che i lacrimogeni provocano uniti alle lenti.
 Non avrei mai pensato…
Con il mio compagno ci rechiamo in Vespa verso Corso Europa per passare da Via Orsini e raggiungere il concentramento allo Champagnat, ma incrociamo il corteo delle tute bianche provenienti dal Carlini. Non ci sembra opportuno cercare di passare, non per sfiducia nei loro confronti, ma per paura di rappresaglie di polizia o blocco nero. 
Finalmente arriviamo in Via Pisa, parcheggiamo e ci uniamo allo spezzone di Rifondazione, che sta tagliando da una traversa per raggiungere Corso Italia. 
Incontro qualche amico e decidiamo di fermarci lì. Hanno un servizio d’ordine ben organizzato, con cordoni laterali che impediranno, così speriamo, l’inserimento di qualsiasi intruso.
 Con gli amici ci raccontiamo le esperienze di ieri. Nessuno si stupisce di niente, ma alla notizia di un filmato visto da qualcuno in cui si vedono “black blocks” uscire dalle camionette e parlare con i celerini, i sentimenti sono contrastanti. Da una parte non riesco a pensare ad un tale rovesciamento dei valori e credo che simili notizie possano essere ugualmente destabilizzanti, dall’altra ho un brutto presentimento, in fondo certe cose non è la prima volta che succedono…
 In Corso Italia veniamo affiancati dal corteo della Fiom.
 Ok, adesso possiamo andare, in fondo siamo fra gente storicamente organizzata contro cariche e infiltrazioni, possiamo almeno sforzarci di stare tranquilli. 
Il corteo va avanti.
 Passiamo davanti al forte San Giuliano dei carabinieri. “Assassini, assassini!”
 Si intravedono i bagliori del sole riflesso sui loro scudi, ma sono dentro, per ora.
 L’elicottero sembra una fastidiosa mosca testarda, continua a volare sulle nostre teste, incurante dei numerosi ed espliciti gesti che le nostre mani gli indirizzano. 
Ecco, siamo nei pressi dei Bagni S. Nazaro.
 Squilla il telefono. È mia madre. Sento nella voce un’ansia che mi fa rabbrividire.
 Qui non ci siamo ancora accorti di niente, ma in Piazza Rossetti, proprio dietro la curva, stanno caricando. “Vai via da lì, davanti ci sono cariche!”
 La notizia si sparge in un attimo.
”Compagni, fate cordone!”, non bisogna lasciare entrare nessuno.
 Alzo gli occhi verso il lato del corteo. Eccoli, stanno andando avanti, mi sembra di notare che non sono tutti vestiti di nero, ma non voglio osservare con attenzione. 
È un attimo. La paura di rimanere schiacciati fra corteo che avanza e corteo che indietreggia ci porta a decidere in un microsecondo di cambiare aria. Già in lontananza si vede del fumo. Mio padre mi avverte: molotov sulle camionette.
 Prendiamo una stradina, in uno stato d’animo pietoso, tormentati dall’indecisione. Non sappiamo se andarcene o restare con il corteo. Oddio, qual è la decisione giusta?
 Chiamo un amico. Mi esorta a tornare nel corteo, loro sono a Punta Vagno, secondo lui girare per le stradine è pericoloso, potremmo incontrare le bande.
 Cambierà idea, purtroppo, poco dopo. Ma intanto ci stiamo allontanando, incontriamo una suora davanti al suo centro. Ci fermiamo a parlare con lei e con le due inservienti. Come ieri ci preme comunicare con la gente, far capire che non è di noi che devono avere paura.
 Parliamo anche del g8. Evviva, finalmente si affrontano i contenuti. 
Mentre siamo lì a parlare vediamo tanta gente che scappa in modo molto ordinato, senza panico. Gente per lo più delusa e stufa. Gente che ha deciso di tornare a casa.
 Andiamo verso Albaro, stradina dopo stradina. Mia madre e mio padre mi aggiornano. I black blocks si stanno spostando. Velocissimi. Come ieri.
 Ora sono in Corso Torino, stanno rovinando verso Brignole. 
Ormai è proprio  chiaro il disegno di neri e polizia, hanno deciso di distruggere la pacificità di tutto il corteo.
 Restiamo ad Albaro, e avvertiamo tutti quelli come noi, esuli, di percorrere queste strade piuttosto che certe altre. Tanti vengono da fuori, non so cosa farei se non fossi nella mia città.
 In ogni angolo si incontrano fuggiaschi che si scambiano opinioni. 
”Non passate da Brignole, le tute nere stanno facendo guerriglia in Corso Torino e Corso Sardegna!”.
 Un compagno anziano mi guarda e dice: “Attenzione a parlare di tute nere, io li ho visti con i miei occhi parlare con i poliziotti!”. Rimango colpita dal fatto che ci credo in modo incondizionato, anche perché gli anziani non raccontano frottole per farsi belli, e di sicuro non hanno voglia di confondermi.
 Incontro il papà di un’amica. “Queste cose pensavo di averle viste solo nel sessanta! A Quarto c’era la guerriglia”, e cerca di andare a casa, spaventato e deluso.
 Continuano ad arrivare notizie. A Punta Vagno c’è il finimondo, la polizia carica chiunque, i miei amici raccontano di fughe per scalette e per stradine. E la polizia insegue.
 Notizie da Via Casaregis, piogge di lacrimogeni, ad un amico ne scoppia uno a un centimetro. Gli devono far più volte inalare uno spray.
 Mia madre è più tranquilla, gli scontri sono in Corso Sardegna, da Albaro non si vede nemmeno il fumo. Raccattiamo una ragazza per strada. È di Busto Arsizio, deve andare a Marassi, ma adesso non è proprio il caso.
 Decidiamo di andare a Sturla a casa di un amico. La portiamo con noi.
 E il telefonino squilla. Amici dispersi, racconti agghiaccianti, gente che ha assistito a cose mai viste in anni e anni di militanza.
 Decido di guardare Primocanale e Telegenova. La diretta tv trasmette immagini aberranti, fuoco, fumo, macchine rovesciate, cameraman che scappano, sangue… 
Amici in fuga mi chiamano per sapere quali strade possono percorrere. “Che tu sappia c’è guerriglia in Circonvallazione? Voglio provare a raggiungere casa dei miei!”
 E poi mio padre, sento di nuovo l’ansia. “Dove sei? Albaro brucia!”. Ma io c’ero fino a cinque minuti fa.
 Dal terrazzo vediamo il corteo che sfila per rientrare ai pullman e per riprendere i treni.
 È un corteo triste e sconfitto, sono riusciti a spezzarlo in mille tronconi, gli striscioni sono arrotolati, gli slogan soffocano in gola.
Vediamo sfilare le Acli. E all’improvviso una nuova apocalisse. Dalla vicina caserma della polizia stanno sparando lacrimogeni. Su un corteo non più soltanto pacifico, quelli sparano su un corteo esausto.
 Qualche manifestante butta i lacrimogeni nel fiume.
 I bagnanti di Sturla sono esterrefatti.
 Ma la giornata sta finendo, sono le sette, bisogna portare in qualche modo la ragazza di Busto Arsizio a Marassi.
 Le notizie sono preoccupanti, ma passando dai monti ci si arriva. 
Finalmente le nove. Tutti i miei amici sono in salvo, forse è finita, ora mi viene da piangere. Ma non riesco…
 A mezzanotte è tutto discretamente calmo.
 Decidiamo di tornare a casa. Nella zona rossa. 
Facciamo prima un passo in Piazzale Kennedy. Vogliamo vedere le ferite di Genova, ma gli spazzini stanno già suturando.
 E poi assistiamo al miracolo. Sotto il tendone di Piazzale Kennedy c’è una festa.
 Centinaia e centinaia di ragazzi stanno ballando sui tavoli suonando e percuotendo qualsiasi cosa che faccia rumore, bottiglie con forchette, panche con le mani.
 Tutto ciò è meraviglioso.
 Per un attimo pensiamo di avere proprio vinto. Se dopo una giornata trascorsa a scappare dalle manganellate questi ragazzi hanno ancora voglia di ballare, ebbene, abbiamo davvero vinto. 
Il ritmo è irresistibile, saliamo sui tavoli anche noi.
 Ma qualcosa non quadra.
 L’aria è ancora graffiata dalle pale dell’elicottero, usciamo dal tendone e alziamo gli occhi.
 E il mondo crolla di nuovo.
 Dalle parti di Via Nizza i lampeggianti illuminano a giorno.
 Via, via, andiamo a casa.
 Incontriamo una ragazza del Gsf. Black Blocks? “Macché, polizia alla Diaz!”. La sua faccia stravolta è eloquente.
 A Brignole le ambulanze squarciano la notte, una dietro l’altra, a raffica.
 Non mi piace l’idea di oltrepassare il check point con i carabinieri. Non mi fido più di nessuno.
 Al varco ci fermano per il solito quarto d’ora di controlli incrociati. Il consueto problema del pass rosa. “È la prima volta che transita da questo varco?” Ma quale prima volta. “Un istante, prego, fermatevi lì”.
 Ecco. Adesso ho paura. Non so di che cosa, e il non saperlo tramuta la paura in panico. Nella mia mente passano scene apocalittiche, sul genere “notte delle matite spezzate”, l’adrenalina mi fa formicolare il cuore. Nel frattempo, tanto per metterci a nostro agio, ci fanno di nuovo svuotare le tasche e passare sotto il metal.
 Ho di nuovo le scarpe antinfortunistiche. Li avverto in anticipo. Mi guardano e mi sembra di leggere i loro pensieri: “Lo sappiamo che vieni dalla manifestazione, magari con quelle scarpe spaccavi le vetrine!”. Il metal suona. Il carabiniere non è convinto. Per evitare menate gli propongo di ripassare sotto il metal senza scarpe, ma dal suo sguardo lascivo intuisco che ha voglia di perquisirmi. “Nun te posso manco tocca’!” mi dice mentre mi squadra da capo a piedi soffermando a lungo lo sguardo sul seno. Nun te posso manco tocca’, ma è come se lo avesse fatto. Sarebbe bastato che quel briciolo di buon senso rimasto sparisse e io avrei avuto le mani di quello lì addosso.
 A casa la tv trasmette delle immagini cilene. Testimonianze in diretta di angherie e pestaggi, ambulanze che continuano a partire ululando, teste rotte, sangue sui visi terrorizzati, ragazzi arrestati.
 Un giovane fa vedere le manette alla telecamera, la gente è inginocchiata, le mani sul muro.
 Sono agghiacciata, questo è troppo. Con quelle immagini in tv e l’elicottero che vola sulla testa la mente va in tilt. Panico.
 Siamo fregati, vogliono fregare tutti. Pensavo che la zona rossa fosse la più sicura. Ora ho la certezza di essere nella tana dell’orso. Dei passi nella piazzetta. Una ronda. Non mi affaccio, il terrore paralizza, sarà un’altra notte lunga e insonne…

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