morto un gallo non se ne fa un altro

 

 

Me lo sono guardato. Ero una delle prime e ho avuto il tempo di guardarmelo bene senza essere pressata dal fiume di persone che sapevo sarebbero arrivate.
Il suo occhio semiaperto lo faceva sembrare dormiente ma osservatore, come se volesse vederle tutte le persone che lo venivano a salutare.
Me lo sono guardato a lungo. Magro, consunto, morto.
Me lo sono guardato e poi mi sono seduta lì a fianco. Ma non sono più riuscita ad andare via.
In quei momenti, con lui lì, silente, tutte le occasioni della mia vita in cui c’è stato mi sono venute in mente, una vita intera, la mia, in cui paradossalmente mai avrei immaginato che lui potesse addirittura morire. Impossibile pensarlo qundo lui era vivo, una colonna portante, come per genova è solo la lanterna. C’è, è lì da sempre e sempre ci sarà.
Era stanco, il don, per tutta la vita non si era mai fermato. Sempre a fare, a muoversi, a lottare. E mai per se stesso, in mezzo alla sua inequivocabile grinta si mischiava un animo nobile, di una persona che non tiene nulla per sé ma dona tutte le sue battaglie e doti agli altri.
Non si fermava mai, ogni occasione era buona. Per questo non pensavo che potesse mai morire, perchè era lì, sempre, da sempre. Ogni volta spuntava, magro, infervorato, pieno di memoria da trasmettere, con quel sorriso furbo, figlio del suo splendido senso dell’umorismo e della sua intelligenza.
Ma era stanco. E l’unico modo per riposarsi un po’ è stato proprio morire.
Non voglio raccontare le mille occasioni di condivisione, cominciate fin da ragazzina, perchè tutti oggi fanno a gara per dire quanto lo conoscevano più di qualcun altro, e non è questo l’importante. Una volta bastava perchè ti rimanesse dentro, ma anche senza quell’unica volta, lui ti rimaneva dentro ugualmente.
E così, mentre ero seduta su quella panca della piccola chiesa che per più di 40 anni lo ha ospitato, piangevo tutte le mie lacrime e cercavo di contenere le immagini, i ricordi e il fiume di cose che avevo ancora da dirgli, e davanti a me passava tutta genova.
Donne, uomini, ragazzi, coppie, vecchi, compagni, uomini delle istituzioni soli e commossi, volti conosciuti, amici.
Occhi lucidi, molti con lacrime dichiarate, le ultime parole strette fra le labbra davanti a quella lastra di vetro che separa la vita dalla morte. Chi si fermava di più, chi correva via per il troppo dolore, chi gli sorrideva, chi impallidiva davanti a quel volto che non ricordava così scavato.
Una fila interminabile che aggiungeva commozione alla commozione, ognuno con il suo bagaglio, con il suo saluto. Ognuno con il suo senso di vuoto.
“Ooh, che bello che sei” dice ad alta voce una vecchietta un po’ sorda, e il silenzio si fa ancora più spesso.
Sono rimasta lì tre ore. Seduta su quella panca dura fino a farmi venire i dolori.
Ma non riuscivo ad andare via.
Poi, alla fine, mi sono fatta forza e mi sono riavvicinata a lui per un ultimo definitivo saluto, e di tutte le parole che mi erano ronzate nell’anima per tutto quel tempo, una sola mi è arrivata alle labbra mentre gli accarezzavo il volto dal vetro: “Grazie don”.
Grazie di avermi accompagnata per questo tuo pezzo di vita.
Adesso per tutti e due è l’ora di andare.
Bella ciao.

 

Smisurata preghiera

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità
per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere.

(Fabrizio De André)

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