e le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli (e la torre piloti)

 

 

Il porto è uno di casa, un pezzo di corpo, uno di famiglia, rumore di ferraglia e passaggio di genti, orari di arrivi e partenze, destinazioni note, colori conosciuti di giganti che trasportano merci fino qui e chissà per dove.
In ogni famiglia c’è un racconto di porto, di chi ci ha lavorato quando ancora era fatto solo di uomini, quando si scaricavano dalle stive sacchi di ogni tipo e si popolava di ladruncoli conosciuti che portavano a casa manciate di caffè o pezzi di carne argentina per sfamare le famiglie. E tutti chiudevano un occhio.
Calata Rinfusa, dove arrivava ogni tipo di merce non classificabile. “Calata Rinfusa”, ci lavorava mio zio, un tale nome mi ha sempre fatto fantasticare.
Poi le petroliere, le sirene suonate ad ogni inizio di anno nuovo, gli uomini con le mani callose e le unghie e le tute arancioni sporche di grasso.
Il porto è dappertutto, corre lungo tutta la città, la accompagna in ogni scorcio costiero, la accarezza con il suo mare cheto, la protegge con le dighe infinite e la Lanterna, che si vede da ovunque.
Il suo punto debole è il libeccio, che fa agitare il mare anche al suo interno. E poi gli uomini e gli errori che commettono, in buona o malafede.
Voglio pensarlo così oggi, senza corporativismi di capi e lavoranti, voglio ricordarlo stretto intorno a quello che lo ferisce e lo fa urlare, le sirene, tutte insieme, a salutare chi non c’è più.
Voglio fermarlo in una sera come tante, ma diversa da molte.
In un mare e un cielo neri come il lutto.

 

“Parlando del naufragio della London Valour”

(Fabrizio De André)

I marinai foglie di coca digeriscono in coperta
Il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall’Inghilterra
Il pasticciere di via Roma sta scendendo le scale
ogni dozzina di gradini trova un mano da pestare
ha una frusta giocattolo sotto l’abito da té

E la radio di bordo è una sfera di cristallo
dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo
Il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto
ride con gli occhi al circo Togni quando l’acrobata sbaglia il salto

E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli
i marinai uova di gabbiano piovono dagli scogli
Il poeta metodista ha spine di rosa nelle zampe
per fare pace con gli applausi per sentirsi più distante
la sua stella si è oscurata da quando ha vinto la gara di sollevamento pesi

E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva
ruba l’amore del capitano attorcigliandole la vita
Il macellaio mani di seta si è dato un nome da battaglia
tiene fasciato dentro il frigo nove mascelle antiguerriglia
ha un grembiule antiproiettile tra il Giornale e il gilè

E il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta
si ritrovano sul molo con sorrisi da cruciverba
a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi
e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi
e si fiutarono compatti nei sottintesi e nelle azioni
contro ogni sorta di naufragi e di altre rivoluzioni
e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni

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