Buon compleanno, Faber (#ilmiodeandré)

 

 

(scritto nel gennaio del 1999)

È morto. Oddio è morto.
Qui a Genova siamo rimasti storditi. Tutti.
Non riusciamo a crederci, non può essersene andato. Lui canta da sempre la nostra città, ha la voce profonda dei camalli, la limpidezza che hanno i nostri tramonti quando soffia la tramontana, l’austerità dei nostri caratteri.

Mia madre che piange per quattro giorni senza mai smettere. Come per un parente. Colpa di quei ricordi di ragazza che una morte così fa affondare sempre di più nel buco nero della nostalgia: si è rivista quindicenne a sgomitare al liceo con le compagne per un coetaneo di un’altra sezione che suonava così bene la chitarra, e che ogni tanto si faceva scappare un occhiolino.
E poi la mia prima chitarra, tutte le volte che con l’amica più cara, quella dell’asilo, abbiamo straziato filastrocche e storie di puttane cantando a squarciagola improbabili cori.
O io, bambina eternamente raffreddata, a cantare la Canzone di Marinella con le nasali tappate e il mangianastri dalle pile scariche.
E anche il mio amico del liceo, no, non si potrà scordare nemmeno lui quando cercavamo di imitare con le voci i suoni strambi degli strumenti che Lui scovava in giro per il mondo.

Ogni istante della mia vita ha le sue parole, una canzone per ogni momento, riflessivo, divertente, innamorato.

Camminare a Genova in questi giorni è stato strano.
Sembrava quasi che il tempo avesse rallentato.
I vicoli, la nostra città vecchia.
Chissà se quel pescivendolo lo sta pensando, chissà se lui è mai passato di qui…

C’è una canzone, una meravigliosa poesia, e una vecchietta che alla fine sembra canti, ma invece vende acciughe. La trovavi tutte le mattine al mercato del pesce, me la ricordo, e dopo il mercato veniva sotto casa mia con il suo cesto del pesce. E cantava per ognuna delle sue acciughe, sembrava una statuina del presepe, senza di Lui ce ne saremmo dimenticati…

Erano anni che non sentivo di appartenere così tanto alla mia terra.
Al suo funerale ci siamo commossi, tutti, insieme. Ancora una volta uniti in qualcosa di importante, da vivere in silenzio, ognuno con i propri ricordi.

L’ho sognato per cinque notti. Ogni notte mi aspettava, poi la sesta notte lo ho salutato e finalmente lo ho lasciato andare.
Dopo una settimana di malessere per un pezzo di vita che se ne andava, per un’enorme quantità di ricordi che riaffiorava alla mente, per una sorta di costante insonnia (ma non lo conoscevo, perché questo vuoto?), dovevo farlo partire. E sono contenta di averlo salutato.
Solo chi lo ha amato come me forse mi crederà.

Era in casa. Sono entrata.
L’aria era satura di buio nero e lui era lì, appoggiato ad un angolo della stanza.
Tutti quanti in casa in un assordante silenzio.
Mi sono fermata. Ci siamo guardati.
Aveva la faccia triste e un maglione rosso a losanghe.
C’era come una sorta di imbarazzo. Non è da tutti salutare uno che deve partire per un tale viaggio.
Poi ci siamo abbracciati. E ci siamo commossi. Una commozione forte, da togliere il fiato.
Volevo dirgli grazie, ma per sdrammatizzare lui mi ha detto: “Non maleditemi non serve a niente, tanto all’inferno ci sarò già…”. Con le lacrime agli occhi ho ridacchiato: “Sembra impossibile, eh? Ci scherzavi tanto, e adesso…”
Lui mi ha guardata, gli occhi rassegnati. “È ora. Dobbiamo andare.”
E così lo ho accompagnato sul tetto. C’era una terrazza di bitume e erbacce, con alcuni copertoni che ancora bruciavano. C’era qualcuno, ma era solo un’ombra.
Senza dire più niente, se non un triste saluto con gli occhi, si è sdraiato in terra, con le braccia lungo il corpo.
Ha chiuso gli occhi e si è sgonfiato. Così, senza dolore, senza rumore.
È rimasta solo la sua pelle, come una fotografia sul selciato.

Grazie per avermi salutata.
Ora possiamo dormire.

 

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