l’anniversario

 

 

Del 6 ottobre 2009 ricordo ogni istante: l’estate che non voleva mai finire, i sandali, i pantaloni leggeri, la canottiera e una magliettina a maniche lunghe proprio perché sarei tornata tardi in scooter e magari nella notte un po’ di umidità si sarebbe alzata. Ricordo l’eccitazione per aver ripreso già da due settimane ad allenarmi, la voglia di andare, il desiderio del gioco.
Poi rammento il secondo prima, perché in quel momento il tempo si è fermato, come al rallentatore, e ricordo il rumore, quel suono di elastico che si rompe, la sensazione di essere colpita da una pietra, la gamba che cede, il piede che si ritira come un piede equino, sulla punta, il muscolo che si contrae, ma non fa male, non sento niente, mi posso rialzare, però il piede non appoggia più, forse è meglio che mi sieda un attimo in panchina.
E poi svengo, il dolore aumenta ogni istante di più e non resisto, fa troppa impressione l’idea di essermi fatta così male. In un attimo penso al dolore, al lavoro, alle scale di casa, svengo in preda alla tristezza e allo sconforto, non è possibile che sia successo a me.
E allora è tutto è un ronzio, mi rialzo provo a capire che cazzo è successo, il polpaccio è duro come la pietra e si è ritirato, non riesco a camminare se non sulla punta, e vedo macchie nere davanti agli occhi a ogni passo, ma devo andare a casa, prima che l’adrenalina scenda, il muscolo si raffreddi e tutto si paralizzi.
Poi il viaggio verso casa, e lo scooter da mettere sul cavalletto, il dolore sempre più insopportabile, ma non è finita, i sei piani di scale, e finalmente mi stendo. Ma ogni volta che mi alzo dal letto il muscolo si muove verso il basso per la naturale gravità e io mi sento di nuovo svenire, non riesco a muovermi, ma devo fare vedere questa gamba, in ambulatorio mi fanno un’ecografia e si mettono le mani nei capelli, troppo grosso lo strappo al muscolo, non è neanche strappo, la chiamano frattura.
Bisogna scongiurare i danni del versamento ma non si può intervenire con i farmaci per non causare nuove emorragie, in ospedale non mi curerebbero, entrerei in lista di attesa e passerebbero mesi, l’unico modo sarebbe la clinica, ma non me la posso permettere nonostante l’assicurazione. Si decide di incrociare le dita.
Ma non serve.
Non serve mai.
E così mi concedo una cena fuori, ma alla fine mentre aspetto di uscire dal ristorante sento la gamba che letteralmente scoppia, come se dal ginocchio in giù si gonfiasse come un pallone da spiaggia, e fa male, fa malissimo, capisco subito che è il sangue, ho paura che scoppi davvero, cerco di correre a casa e di metterla in alto, di massaggiarla, ma non serve a nulla, la pianta del piede ha i tendini che mi fanno male e faranno male, lo fanno ancora oggi e così sarà anche domani, male da urlo, e la gamba gonfia e la caviglia scoppia e non si ferma più.
Trombosi venosa profonda, il mio corpo ha prodotto piastrine per ricucire la frattura muscolare ed erano troppe, hanno intasato le vene in due punti, in una vena della coscia il coagulo è piccolo, mentre nell’altra, la principale della gamba dal ginocchio in giù tutto è bloccato, il sangue non passa, non ritorna al cuore, la vena è completamente ostruita e bisogna stare fermi, se il coagulo si rompe è un attimo e sei in embolia polmonare…
E allora due mesi a letto, immobile il più possibile, con il terrore di fare movimenti spontanei nel sonno e morire senza accorgermi nemmeno, la paura, la paura terribile, le giornate lunghe, lunghissime, scandite dagli orari di sempre, per non rischiare lo scambio del giorno con la notte, per darmi delle regole, per continuare ad avere un ciclo vitale, e le lunghe insonnie dovute all’inattività, e poi lo sconforto, la sensazione che non finirà mai, il conto alla rovescia che non serve a niente, la lettura che stufa, la tv che annoia, il cinema che sfianca, la scrittura che stanca, il telefono a cui non si risponde, le visite degli amici che si rifiutano perché troppo pesanti nel ricordo di cosa c’è fuori da quella stanza.
E poi la necessità di ritrovare un equilibrio anche in questa nuova condizione di invalidità, seppur temporanea. E i viaggi con la mente fuori da quelle quattro mura, concentrandomi per immaginare di uscire fuori dallo spiraglio della finestra e come un gabbiano volare nei miei vicoli fino al porto antico, caruggio dopo caruggio, fino alle chiatte sul mare dove di solito mi sedevo a riflettere, respirare e pensare. Ogni angolo del cammino immaginato e interiorizzato, vedere le persone, i venditori, gli scorci. E poi tornare indietro, piano piano, rientrare da quella finestra e vedere il mio corpo steso sul letto per rientrarci dentro, guardare l’orologio e accorgersi che è passata più di un’ora e allora capire che quella può essere la svolta, il viaggio mentale, il movimento della fantasia là dove il corpo non può più. Così un altro viaggio importante, dentro la mia vena, per andare a vedere di persona cosa mi faceva stare tanto male, e immaginarmi a nuotare in un fiume rosso e viscoso, con uno scoglio in fondo che ostruisce il passaggio, un fiume di fango che tracima se lo scoglio non viene rimosso, troppo denso per passare oltre, e così immaginare le medicine come fossero acqua limpida, che diluisce il fango e lo rende acquoso, meno denso, più liquido, più trasparente, permettendogli piano piano di smussare gli spigoli dello scoglio e consumarlo come un ciottolo fino a farlo sparire.
Passano i giorni, ma due mesi sono lunghi, piano piano si comincia a vedere la fine, la speranza che il giorno in cui mi alzerò dal letto tutto tornerà come prima.
Poi quel giorno arriva, ma non è come pensavo, non so fare più nulla, nemmeno stare in piedi senza avere nausea, gli spazi non mi si adattano più, le distanze sono aumentate.
E allora fatica, costruzione, ingiustizia e fallimenti. Giornate di conquiste e smarrimento, apprensione e nuovo forzato apprendimento.
Dopo tanti giorni di immobilità e di paura provo a riappropriarmi della mia vita “normale” in un cauto crescendo di minime conquiste, piccoli passi, timorosi scalini, paurose salite.
E mi stupisco di tutto, ogni cosa scontata non lo è più, ogni movimento è pensato, calibrato e valutato, “lì” non è più un posto in cui andare, ma diventa una meta che comprende un faticoso tragitto da un “qui” passando per un “là” attraverso il dolore.
Nei giorni di immobilità ho imparato ad ascoltare il suono del mio respiro e il tamburellare cadenzato dei battiti del cuore, che si sentono nell’orecchio interno, e che rilassano nei rari momenti in cui il dolore si fa un po’ più sopportabile, quando il male non squarcia l’anima in fitte che contraddicono ogni ritmica, e ogni logica, stilettate di urla silenziose che fanno perdere il raziocinio.
E anche quando sono in qualche modo in piedi sento la percussione del mio battito e il rumore del mio fiato, ormai ho imparato a farlo e continuo a sentirli mentre tento di ritrovare una via nel muovermi, un equilibrio nello stare in piedi raddrizzando la mia pesante curvatura spinale, li percepisco quando accelerano nei miei brevi e faticosi movimenti, quando il normale dolore delle movenze rende necessario concentrarsi sul loro ritorno ad una ordinaria e vitale frequenza.
Il mio respiro sembra vento sibilante in una foresta, è un rumore fortissimo alle orecchie della mia mente, un ansimare che coinvolge tutto il corpo e che è ricerca di aria, non è doloroso, semplicemente non è mai abbastanza, non è affannato ma è potente nella sua ricerca di capienza, ed è come se desse più soddisfazione nella sua fuoriuscita, come un profondo sospiro che svuota i polmoni e abbassa il diaframma, ma che, non pago, cerchi nell’inspirazione una scusa per essere ancora più profondo e interiore al soffio successivo. Non basta il naso per succhiare e poi emettere aria, la bocca è aperta, a tratti spalancata, a volte disperata, e l’espirazione veloce e repentina, come dopo una corsa veloce.
Il cuore invece batte in modo perenne, nulla per il momento lo ferma, e rimbomba ritmicamente nella cavità toracica sollevando visibilmente il mio seno. Ma quando le fitte di dolore si fanno strazianti accelera il suo palpito e lo rende più sordo e abissale, e quando l’inquietudine per una normalità neanche minimamente conquistata si fa insostenibile allora incalza i suoi rintocchi che si fanno acuti e quasi stridenti, aritmici e taglienti, e durante i durissimi sforzi che prima della malattia erano solo involontari movimenti lui diventa più grande e sembra voler sfondare il costato, propagando il suo boato fino a gola e tempie.
Cuore e polmoni hanno un legame indissolubile, e quando insieme si mettono a vacillare la vita fisiologica sembra per un momento sfrangiarsi e perdere la propria trama, costringendoti piegata in due, per darti l’idea di trattenere un calore umano che prima della malattia ritenevi così scontato da non notarne neppure la necessità.
L’apparato scheletrico scricchiola ad ogni movimento, le estremità di qualsiasi osso del corpo sembrano toccarsi e sanguinare ad ogni sfiorarsi, come se si fossero ingrossate e qualunque gesto le sbrecciasse, i muscoli non rispondono ai comandi nervosi, gli ordini del cervello sono come le parole di un uomo muto in un canyon deserto, gli arti non rispondono, desiderano ardentemente muoversi come hanno imparato a fare da tutta una vita ma sembrano cosparsi di impedimenti che provocano attrito con l’aria, gonfi e tumefatti dalla fatica.
E poi arriva un momento in cui la salita si fa sdrucciolevole e si mette un piede in fallo precipitando di nuovo a valle. Si peggiora, il male aumenta, l’impedimento si fa più insormontabile, si torna indietro a fasi che si pensavano archiviate da un pezzo, è necessario di nuovo rimboccare le maniche e cominciare da zero, le terapie, le posture, l’immobilità, il dolore che ogni giorno è più intollerabile, tortura quotidiana, e che annienta i desideri e le speranze di un miglioramento.
In questo scenario il cervello cerca di mettere ordine e si dedica a uno e all’altro senza risparmiarsi, fa una fatica inammissibile per un essere umano provato dalla malattia, e poi alla fine si sgonfia schiacciato dagli eventi e dai dolori.
Il tempo continua a essere dilatato e viscoso e sempre più frequentemente la testa scappa via, prende fuoco in un desiderio di vuoto e di silenzio, bisognosa di non sentire nemmeno più il battito del cuore e il fruscio del proprio respiro, che sono assordanti.
Poi lentissimamente si vive, si deve ricominciare, e nulla sarà più uguale.
La riabilitazione più dolorosa della malattia, lenta, lunga, impercettibile nei suoi progressi, lo spartiacque della mia vita. E poi il coraggio del viaggio della vita, l’India, la meditazione, la riappropriazione del sé che passa per l’accettazione della propria nuova invalidità, la nascita, la mia rinascita, la maternità.
Sono passati dieci anni, dieci anni proprio oggi. Ogni giorno una nuova aurora, ogni giorno la gamba che gonfia, ma nonostante la ripresa dello sport e la riconquista della pallavolo, dello sci, del jujitsu, il dolore più o meno forte a ricordarmi che nulla è più come prima, che la mia vita di dieci anni fa è lontana, ma che oggi è una nuova vita, con nuove serenità, nuovi sorrisi e nuove conquiste, con la consapevolezza che nulla va più lasciato al caso, ogni cosa forse accade davvero per un motivo, e sempre tutto va goduto, i nodi vanno sciolti, le ripicche eliminate, i rancori cancellati, perché ogni istante è sacro e irripetibile. E i respiri si danno sempre troppo per scontati.
Oggi, anche se non sono mai più guarita e non guarirò mai, sento che la vita non va sprecata in piccolezze, ma gustata ogni momento a sapidi morsi.
Mastico con il sorriso un passo alla volta, riguadagnando il mio nuovo posto nello spazio e le mie nuove posture, e con tutti i miei limiti motori digerisco nuove avventure pur concedendomi un po’ di nostalgia per ciò che non riesco più a fare.

Ogni giorno una nuova aurora.

 

 
 
 

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