Incredible !ndia

 

 

In questa calda serata di Madras rifletto con lentezza, e cerco di ricordare da quanto tempo sono in India. Il tempo si è fermato e insieme dilatato, sono qui da stamattina e mi sembra di esserci da sempre.
Ieri sembra un sogno ovattato e lontano, il viaggio in aereo, il freddo, l’antigelo spruzzato sulle ali del velivolo, le connessioni di volo tutte falsate dagli aeroporti chiusi per neve, il cibo di plastica delle hostess, la gamba infortunata mossa in modo metodico per paura di una nuova trombosi, i controlli dei passaporti, la giacca a vento in mano e la felpa addosso a ricordarmi che sono partita in inverno e che negli aeroporti non c’è stagione, solo aria condizionata.
Alla fine solo un sottile ricordo dell’ansia che lo zaino non sia arrivato e prima di uscire l’ultimo controllo “Where are you from, Spain?”.
Poi tutto è cominciato, le porte a vetri si sono aperte nel buio del giorno che stava arrivando, il caldo umido e appiccicoso mi è entrato in bocca e la folla dell’India mi è apparsa davanti come se si fosse aperto un sipario, niente più freddo, niente ricordi, niente passato.
Nel momento stesso in cui ho percepito la folla frastornante, il viaggio è iniziato, e la frustata di caldo umido, odore e rumori di clacson mi ha catapultata in Asia, ancora una volta in Asia a cercare un’altra parte dentro di me, nella paura che fosse morta.
La prima mezz’ora in un paese nuovo a volte può risultare difficile, ma non oggi. In aereo, nell’ultimo tratto di volo, ho visto un film che parlava tra le altre cose anche di India, e di ricerca del proprio io, perdonarsi, meditare e ricominciare, e i titoli di coda del film, accompagnati dalla voce calda e penetrante di Vedder, sono passati velocemente sullo schermo mentre dal finestrino scorgevo le luci di Chennai avvicinarsi sempre di più.
Quel film, con la sua leggerezza, mi ha accompagnata in India, e uscita dall’aeroporto mi sono subito sentita bene, come se fosse normale vedere tutta quella gente, quelle gradazioni, quelle fragranze, quei volti dai denti bianchi.
Dicono che la prima volta che si va in India si rimanga molto colpiti dall’odore.
Non per me, mi è sembrato semplicemente odore di Asia, quel misto fra spezie, liquami e smog che insieme al caldo ti entra nella pelle e nel naso e ti riempie l’anima fino alla prossima volta.
Il giorno stava arrivando, e in quel preciso istante, guardando il cielo gonfio di nuvole che il sole grigio iniziava a rischiarare, mi sono sentita di nuovo in viaggio, non certo alla fine del mio erto percorso ma nel mezzo del cammino, consapevole e fiera, e ho deciso, proprio in quel preciso istante, di respirare a fondo quell’aria di Asia e voltare pagina, dimenticando per un mese il terribile dolore, la malattia, i pianti e la fatica della frustrazione.
Un mese di pausa per disimparare il vuoto del nulla, per illuminare il buio, per ripartire da chi ero e scoprire chi ero diventata, per cercare un appiglio per stare bene, per distrarmi da ciò che era successo, un mese per ricucire me e le mie passioni, per scrivere, fotografare e sentire l’India.
Un mese per me, per osservare e imparare come si fa a stare di nuovo bene.
Per ricominciare a vivere.
Perchè io ho bisogno di vivere. Per sopravvivere.
(scritto il 20 dicembre 2010)

 
 
 

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